C’è un’abitudine che sembra aver conquistato il nostro tempo.
Quando incontriamo qualcuno, raramente iniziamo parlando di ciò che ci entusiasma, di un progetto, di un’idea o di qualcosa di bello che ci è accaduto. Più spesso iniziamo lamentandoci. Del traffico, del lavoro, della politica, del tempo, dell’economia, della società, delle persone.
La lamentela è diventata quasi una forma di saluto.
Forse accade perché ci dà l’impressione di apparire consapevoli. Come se vedere ciò che non funziona fosse una dimostrazione di intelligenza. Come se il pessimismo fosse una prova di profondità.
Eppure ho imparato che le persone migliori che ho incontrato nella mia vita erano quasi sempre accomunate da una caratteristica: non si lamentavano.
Non perché vivessero una vita facile. Non perché ignorassero i problemi. Anzi. Molto spesso erano proprio le persone che portavano sulle spalle le responsabilità più grandi.
La differenza era un’altra.
Mentre molti dedicavano energie a descrivere gli ostacoli, loro le dedicavano a superarli.
Lo stoico Marco Aurelio scriveva che ciò che ostacola il cammino diventa il cammino stesso. È una frase semplice, ma contiene una verità profonda: gli ostacoli fanno parte della vita e nessuna quantità di lamentele riuscirà a eliminarli.
Anche la tradizione buddista insegna che gran parte della sofferenza nasce dalla nostra continua resistenza alla realtà. Combattiamo ciò che è già accaduto invece di concentrarci su ciò che possiamo fare adesso.
La lamentela continua produce un’illusione pericolosa: ci fa sentire partecipi senza renderci protagonisti. Ci dà la sensazione di aver affrontato un problema semplicemente perché ne abbiamo parlato.
Ma parlare di un problema non significa risolverlo.
Le persone che ammiro di più sono quelle che mantengono uno sguardo lucido sul mondo senza trasformare ogni difficoltà in una protesta permanente. Sono quelle che, davanti a una situazione complicata, si chiedono prima di tutto: “Cosa posso fare?”.
Perché la maturità non consiste nel negare i problemi. Consiste nel non permettere ai problemi di occupare tutto lo spazio disponibile.
La lamentela è facile. È immediata. È contagiosa.
La responsabilità è più difficile. Ma è l’unica che cambia davvero le cose.
Forse dovremmo provare a fare un piccolo esperimento. La prossima volta che incontriamo qualcuno, invece di raccontare subito ciò che non va, raccontiamo ciò che stiamo costruendo.
Probabilmente scopriremo che le persone crescono molto di più attorno alle idee che attorno alle lamentele.
