Forse i bambini ci commuovono così tanto perché custodiscono qualcosa che noi abbiamo perso: la presenza.
Un bambino, quando gioca, gioca davvero.
Quando ride, ride con tutto sé stesso.
Quando ascolta una storia, entra dentro quella storia.
Non pensa continuamente al dopo. Non vive proiettato nel futuro. Vive immerso nell’adesso.
Ed è impressionante quanto questa capacità generi felicità autentica.
Forse perché il futuro, in fondo, non esiste in natura.
Esiste il presente.
E il passato è soltanto una raccolta di presenti già vissuti.
Il futuro invece è una costruzione mentale dell’uomo. Una proiezione continua. Un’anticipazione costante.
I bambini, non avendo ancora sviluppato tutte le nostre sovrastrutture psicologiche, vivono molto più dentro il presente. Non perché siano irresponsabili, ma perché non hanno ancora imparato a separarsi dalla vita attraverso il pensiero continuo.
Ed è forse per questo che i primi vent’anni della nostra vita sembrano eterni.
Ogni estate sembrava infinita.
Ogni amicizia totale.
Ogni giornata piena di dettagli.
Perché vivevamo con presenza.
Poi crescendo iniziamo a vivere sempre più orientati verso il futuro:
studiamo per il lavoro,
lavoriamo per il futuro,
sacrifichiamo il presente per ciò che verrà.
E così il tempo accelera.
Non perché gli anni corrano davvero più velocemente, ma perché smettiamo di abitarli. Le giornate diventano funzionali, ripetitive, distratte. Non lasciano più tracce profonde dentro di noi.
Forse allora maturare davvero non significa diventare sempre più strategici e proiettati avanti.
Forse maturare significa riuscire a tornare bambini senza perdere la consapevolezza degli adulti.
